PNEI

PNEI : psiconeuroendocrino-immunologia

Riportiamo un articolo del dottor Riccardo Forlani, medico chirurgo esperto in omeopatia, omotossicologia, fitoterapia clinica, medicina bioelettronica, Ricercatore in medicina biologica e preventiva applicate alla PNEI clinica.

Il significato dei sintomi

I sintomi non vanno cancellati, perché sono preziosi: ci forniscono, quando presenti, delle informazioni sullo stato dell’organismo e del suo sistema regolatore o immunitario sottostante. I sintomi ci parlano: un dolore, febbre, edema, flogosi, prurito, nausea, vomito, diarrea non sono da combattere, ma da curare, perché costituiscono sostanzialmente delle reazioni di difesa, sviluppate in millenni di evoluzione per salvaguardare la sopravvivenza dell’organismo, quindi hanno un loro senso biologico. I sintomi non sono la malattia, ma ne sono una manifestazione: è evidente che se cancelliamo tutti i sintomi man mano che essi si presentano, non è detto che aiutiamo il corpo a guarire, che non sa più come comunicarci uno stato di sofferenza e prima o poi smetterà di mandarci altri segnali, a furia di sopprimerli con il nostro intervento terapeutico diretto unicamente al sintomo.

I sintomi non sono scollegati

Ogni sintomo o evoluzione patologica va visto nel contesto generale di un determinato quadro clinico di quel paziente e non va visto come a sé stante, come se non avesse alcun legame spaziotemporale con gli altri vissuti del paziente. Integrazione delle nozioni derivanti dall’Omeopatia classica, dalla Medicina Energetica orientale, con quelle nuove del metabolismo (regolazione anabolica o catabolica) e della più moderna neuroimmunologia per una nuova comprensione della costituzione, del “terreno”, dei ritmi biologici e della reattività individuale. MANCANZA DI SINTOMI (PAY ATTENTION) : ci preoccupiamo dei segnali d’allarme evocati p. es. da un’ iperpiressia, ma non di un’iporeattività come un’ipotermia o dell’assenza di febbre in presenza di una sepsi, le quali hanno un significato ben più rilevante di una reazione febbrile normo-ergica.

La malattia

La malattia è un attacco all’integrità dell’organismo; a tale aggressione l’organismo reagisce con una reazione d’allarme ad opera del sistema simpatico (Selye, 1953) a cui segue, di norma una reazione di controshock ad opera del parasimpatico, per poi ritornare alla norma. In caso di stress ravvicinati e ripetuti o di minimo stress cronico permanente il sistema può arrivare all’esaurimento oppure al blocco causando una sindrome di mancato adattamento, locale o generale.

Dall’acuto al cronico

Una malattia acuta è una reazione fisiologico normoergica o iperergica dell’organismo ad uno stimolo, esterno o interno, con febbre, brividi, dolore, nausea, vomito, diarrea, ecc., mentre non è fisiologica né accettabile la cronicizzazione del disturbo, espressione di un sistema immunitario incapace di controregolare correttamente, da cui hanno iniziato le malattie croniche, e cronicodegenerative, con infiammazione cronica, fibrosi o atrofia, rigenerazione anomala o neoplasia. La MCRI si distingue da tutte le terapie anti-, perché ritiene che un sistema può essere riportato al proprio equilibrio reattivo con un intervento il più delle volte regolatorio piuttosto che di blocco. (INSEGNAMENTO BIOLOGICO) Il riconoscimento della fase di regolazione metabolica del sistema vegetativo in senso simpatico e parasimpatico (N), del sistema endocrino/metabolico, del sistema immunitario/reattivo e di quello psichico, è essenziale, per un intervento di sostegno senza aggravamenti.

Esiste il paziente non la malattia

Un’altra caratteristica distintiva della MCRI è il fatto che l’oggetto dei nostri sforzi è il paziente e non la malattia, la quale rappresenta sempre un’astrazione della realtà. Cercare di capire il singolo paziente vuol dire anche rispettare l’individualità biochimica che costituisce l’unicità di ogni essere umano, individualità che sappiamo gli deriva da fattori sia genetici che ambientali. Le componenti fisiche, strutturali e materiali (patrimonio genetico, costituzione, carenze, intolleranze, deficit, ecc.) e gli aspetti mentali, sociali, psichici, morali e spirituali vanno posti sullo stesso piano, visto che la causa del disturbo può essere situata in ognuno di questi livelli, oppure, come accade spesso, è situata a più livelli contemporaneamente.

Il concetto di “salute”

La definizione di salute secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è come segue:

“uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità”

In un mondo tutto orientato verso la soppressione del sintomo va detto che l’assenza di sintomi non è di per sé segno di perfetta salute. Un paziente può infatti essere asintomatico per un’ iposensibilità vegetativa pur essendo affetto da una malattia profonda.

Il concetto di “salute” in MCRI

Salute significa capacità adattativa rapida a stimoli esterni Si misura sulla appropriatezza di reazione di tutto il sistema, immunitario, ormonale e nervoso vegetativo(PNEI) di fronte ad un insulto esterno o interno, dove la malattia acuta è spesso il prezzo da pagare per il recupero di una funzione o di danno organico. Per garantire uno stato di salute è necessario inoltre disporre di un livello energetico adeguato, per cui il metabolismo deve possedere una riserva di energia sufficiente senza dispersioni dovuti a campi di disturbo o conflitti (DIETA !!!!)

“Psiconeuroendocrino-immunologia e medicine integrate ” : il sottosistema P : la psiche

(da ” le medicine integrate” 1° trimestre 2007)

Quando si parla di psiconeuroendocrino-immunologia (il cui acronimo è PNEI, dalle iniziali dei quattro termini che compongono il sostantivo), il primo pensiero è rivolto alla difficoltà nel pronunciare tale parola. Suona lunga e difficile anche se in realtà esprime pienamente già nei termini tutto il suo significato. Essa rappresenta infatti un approccio alla medicina che considera sempre interconnessi tra loro, mediante comunicazioni biochimiche e forse anche biofisiche, quattro apparati del corpo umano. Il sistema psichico, che difficilmente isoliamo come sistema a sé stante, ma che potremmo tradurre nell’emotività e nel pensiero umano; il sistema neurologico, che rappresenta il più significativo punto di unione, mediato dai nervi, tra il cervello e le varie parti dell’organismo umano; il sistema endocrino, che permette comunicazioni interne anche a lunga distanza mediante dei messaggeri biochimici definiti ormoni; ed infine il sistema immunitario che non assolve solo alle sue ben note funzioni di difesa, ma rappresenta anche un ulteriore sistema di comunicazione tra i vari apparati del corpo umano. Quando si valutano i rapporti esistenti a livello biochimico tra questi quattro sistemi emerge chiaramente che essi sono armonicamente e funzionalmente legati gli uni agli altri. Tuttavia essi non sono caratterizzati, come si credeva fino a pochi decenni fa, da una comunicazione esclusivamente unidirezionale; al contrario, essi comunicano tra loro in maniera bidirezionale, senza una vera e propria gerarchizzazione. Non vi è in sostanza un sistema che predomina funzionalmente su un altro ma vi è comunicazione e accettazione biunivoca, con una risposta di approvazione o meno del messaggio inviato. Qual è il punto di contatto con le medicine non convenzionali? Perché chi si interessa di medicina biologica sempre di più tende a ragionare secondo una logica PNEI? Va ricordato che lo scopo di tutte le terapie biologiche (variamente definibile come medicina biologica, biointegrata, naturale, complementare, non convenzionale ecc.) è quello di interloquire in qualche misura con l’organismo umano al fine di ristabilire degli equilibri perduti. Tale equilibrio deve intendersi sia di tipo biochimico-biofisico sia di tipo emozionale. Solo in presenza di questa stabilità, che potremmo definire omeostasi psico-biologica, l’essere umano è in grado di difendersi dalle patologie. Emerge quindi la necessità di potere disporre di un sistema di comunicazione organizzato, di una sorta di linguaggio comune e condiviso che permetta di comprendere dove si siano rotti i ponti della comunicazione interna, rottura che ha favorito l’insorgenza della malattia. Dobbiamo pertanto conoscere questo linguaggio, ma non solo: dobbiamo avere chiaro dove esso può essere espresso e quali sono i metodi per potere modificare il significato della comunicazione laddove esista un errore. Il linguaggio di  comunicazione è rappresentato da impulsi nervosi e molecole chimiche. La sede dove è possibile esprimere il linguaggio è costituita dai quattro apparati e dagli organi preposti alle comunicazioni PNEI. Questo codice di comunicazione rappresenta una sorta di libro già scritto, un “alfabeto” al quale è tuttavia possibile apportare piccole o grandi modifiche nel caso errori di codifica e trasmissione. Come modificare ciò che è scritto è nelle possibilità – anzi è il compito primario – delle medicine non convenzionali. In medicina biologica, il presupposto di base è che la risposta alle patologie sia già presente all’interno dell’individuo e che sia necessario trovare i termini della comunicazione per mandare messaggi costruttivi. Dobbiamo sapere a chi mandare tali messaggi e come questi entreranno nel network del sistema di comunicazione umano. Le comunicazioni di tipo psiconeuroendocrinoimmunologico rappresentano a tutti gli effetti una rete di comunicazione multilivellare. E’ possibile intervenire-mediante farmaci biologici per modificare opportunamente questa rete di comunicazioni al fine di garantire la tanto auspicata omeostasi chimica e biofisica. Possiamo pensare a questa omeostasi come a una struttura in equilibrio PNEI che può essere raggiunta con il corretto utilizzo delle medicine integrate. Il primo cardine sul quale ragiona ogni buon medico è l’aspetto psicologico del paziente. Dei quattro sottosistemi PNEI iniziamo quindi a trattare brevemente la P, la psiche. In chiave PNEI, uno dei primi compiti del terapeuta è cercare di indurre nel paziente un atteggiamento positivo e vincente nell’affrontare la propria patologia: infatti è noto come la ricerca di una stabilità psichica induca effetti positivi nel trattamento della malattia stessa. La maggior parte degli studi più significativi in materia sono stati eseguiti sulle connessioni esistenti tra la psiche ed il sistema immunitario. Candice Pert, illustre neurobiochimica americana, ha condotto esperimenti che dimostrano come lo stato emozionale può influire sulla probabilità individuale di ammalarsi in seguito a contatto con una stessa quantità di agenti virali. I neuropeptidi prodotti dalle emozioni negative trasmettono infatti messaggi capaci di inibire il sistema immunitario; d’altra parte, la secrezione di altri neuropeptidi (si ipotizza proprio quelli prodotti da pensieri positivi) rende l’organismo meno vulnerabile a determinate malattie. L’ipotesi che sta alla base di questa convinzione è che i virus usino gli stessi recettori dei neuropeptidi per penetrare all’interno delle cellule (C. Pert). A seconda della quantità e qualità dei neuropeptidi presenti, per i virus sarà più o meno agevole penetrare all’interno della cellula. Anche l’endocrinologo americano J. Mason, nel 1975, arriva alle stesse conclusioni sull’importanza dei fattori cognitivi ed emotivi nell’insorgenza delle malattie virali. Di frequente accade che microbi patogeni siano già presenti nell’ospite senza provocare patologie né sintomi. “Esiste un complesso sistema di fattori di resistenza dell’ospite dai quali dipende il fatto che dall’infezione si passi alla malattia conclamata, oppure no”. E’ dimostrabile scientificamente che eventi emozionali coinvolgano il sistema meccanico, cioè il fisico dell’individuo? Un gruppo di neurologi comportamentali dell’Università di Chicago, coordinati da Suzanne Kobasa e da Salvadore Maddi hanno voluto dimostrare la teoria secondo la quale un alto livello di tensione emotiva e di preoccupazione equivale ad un maggiore rischio di contrarre malattie. Nel 1984 essi studiarono le reazioni di un gruppo di 200 dirigenti della Bell Telephone Company dell’Illinois nel periodo in cui l’Azienda era in fase di riassetto organizzativo. Circa la metà di questi manager estremamente stressati soffriva di svariati disturbi, mentre gli altri erano in buona salute. Questi ultimi dimostravano tutti una “valutazione cognitiva ottimistica”, vale a dire un atteggiamento di fronte ai problemi che vedeva il cambiamento come un processo inevitabile e un’opportunità di crescita anziché come una minaccia per la propria sicurezza economica. Inoltre, essi nutrivano un profondo interesse per il lavoro e la famiglia, erano entusiasti e sentivano di avere uno scopo nella vita. Gli autori arrivarono a definire tre “risorse di resistenza” allo stress:

1. la forza psicologica (vale a dire senso di controllo, sfida ed impegno).

2. il supporto sociale (ambiente familiare, inserimento e ruolo svolto nel contesto sociale);

3. il regolare esercizio fisico.

I soggetti con alti valori nelle tre “risorse di resistenza” avevano meno di una probabilità su dieci di ammalarsi; coloro che presentavano scarsi valori su tutti e tre i fronti avevano più del 90% di probabilità di ammalarsi gravemente. Molti studi hanno inteso dimostrare che non è tanto il numero né la gravità degli eventi stressanti a spiegare il motivo per cui una persona contrae patologie a carico del sistema cardiovascolare. Ciò che è risultato maggiormente rilevante è il significato che il soggetto attribuisce agli eventi. Il gruppo di studio di C. K. Jenkins, professore di medicina preventiva e sociale, ha effettuato nei primi anni Novanta interessanti studi sui controllori del traffico aereo, dai quali è emerso come sia l’atteggiamento mentale e non la dose di stress subita, che caratterizza la predisposizione di questa categoria professionale a contrarre malattie. Nei soggetti che trattenevano la tensione, non si sfogavano ed addirittura negavano di essere stressati il rischio di ipertensione, aterosclerosi e coronaropatie è risultato significativamente maggiore. Jenkins ha anche individuato nella competenza professionale un grandissimo fattore protettivo: coloro che tra i colleghi erano considerati i più efficienti sul lavoro non si ammalavano. Questo dimostra come l’affermazione sociale, il sentirsi bene accetti e stimati influisce positivamente sulle capacità immunitarie dell’individuo. Al contrario, gli  individui con atteggiamento ostile, oppure che manifestano collera repressa si sono rilevati potenzialmente più soggetti al rischio di incorrere in aterosclerosi e coronaropatie, con una maggiore incidenza di infarto miocardico. Uno studio condotto per venticinque anni su studenti di medicina americani ha rivelato che l’incidenza delle cardiopatie era quattro volte maggiore e la mortalità sei volte più alta tra coloro che avevano riportato punteggi più alti quanto ad atteggiamento ostile, scettico e scarsamente adattabile. (J. C. Barefoot et al.) Il modo in cui una persona è abituata ad interpretare gli avvenimenti può influire notevolmente sulla sua resistenza alle malattie. Tutti gli studi condotti sull’unità soma-psiche (corpo e mente) dimostrano sistematicamente che se si affrontiamo in maniera costruttiva le situazioni stressanti, esse ci danneggiano meno. Infatti, come abbiamo visto, i pensieri negativi inibiscono il sistema immunitario, quelli positivi lo stimolano. Nel 1986, lo psicologo americano Martin Seligman e i suoi collaboratori nel corso di una ricerca condotta su studenti della University of Pennsylvania riuscirono a prevedere, con un altissimo grado di esattezza, quali tra 172 studenti analizzati sarebbero andati incontro a depressione, malattia o insuccesso sul lavoro a distanza di un lasso di tempo predeterminato. Gli studenti psicologicamente più deboli e di conseguenza, come sembra risultare da questa ricerca, fisicamente più deboli erano quelli che, di fronte ad eventi negativi reagivano con tre modalità ritenute tipiche:

1. Interpretazione intrapunitiva (“E’ tutta colpa mia”);

2. Fatalismo (“Tanto, andrà sicuramente male”);

3. Generalizzazione (“Questo fatto avrà conseguenze disastrose incancellabili”).

Al contrario, gli studenti che mostravano un atteggiamento più sano ed equilibrato di fronte alle avversità si sono rivelati quelli anche più sani e più realizzati professionalmente. Il gruppo di lavoro di Seligman individua alcune modalità psicologiche costruttive:

1. valutazione ottimistica

2. pragmatismo nell’affrontare i problemi

3. azione per modificare il problema esterno, laddove sia possibile

4. evitare di interiorizzare la colpa, senza negarla, ma tenendo conto anche dei fattori esterni

(altre persone, circostanze al di fuori del proprio controllo)

Altri studi interessanti sono volti a dimostrare come atteggiamenti pacifici e buoni sentimenti

migliorino la funzionalità immunitaria. Interessante è lo studio condotto dallo psicologo David McClelland su un gruppo di studenti di Harvard. Prima e dopo la proiezione di un film su Madre Teresa di Calcutta, veniva prelevato ad ogni spettatore un campione di saliva per verificarne il livello di IgA (anticorpo dell’immunità delle alte vie respiratorie): tutti gli spettatori, anche quelli che si dichiaravano non credenti o che ironizzavano sulle caratteristiche del personaggio, rivelavano un significativo incremento delle difese immunitarie. Viceversa, assistendo ad un film su Attila e sulla sua furia distruttrice, il livello anticorpale nella saliva degli studenti scendeva considerevolmente. McClelland ne concluse che l’essere umano è reattivo all’amore e alla compassione ad un livello profondo ed inconscio, anche quando i pensieri consapevoli e volontari sono neutri o negativi. Anche i legami familiari e sociali e l’ambiente circostante possono influenzare la capacità di ammalarsi o di reagire alle malattie. In uno studio quinquennale condotto da ricercatori dell’Università di Tel Aviv in Israele, sono stati monitorati quasi diecimila pazienti ad alto rischio di cardiopatia; sorprendentemente si arrivò alla conclusione che il fattore predittivo più affidabile di angina pectoris – percentualmente addirittura superiore ai tradizionali fattori di rischio legati ad ipercolesterolemia ed ipertensione – era legato al sostegno del coniuge: il rischio cardiaco era dimezzato nei pazienti che avevano un matrimonio felice. Parallelamente, quando aumentano i contatti sociali e diminuisce la solitudine sembra che il sistema immunitario si rafforzi. Il sostegno familiare e il senso di appartenenza alla comunità influiscono favorevolmente sulla longevità. Due studiosi di medicina comportamentale, Reynolds e Kaplan, nel 1986 hanno condotto per nove anni ricerche statistiche sulla popolazione di una contea californiana, in cui hanno rilevato come:

1. i soggetti con rapporti sociali di vario tipo (matrimonio, contatti con parenti, appartenenza a gruppi religiosi) presentavano percentuali più basse di mortalità a parità di età anagrafica;

2. pragmatismo nell’affrontare i problemi

3. gli uomini di mezza età con reddito basso ma con molto supporto sociale vivevano più a lungo di individui benestanti ma socialmente isolati;

4. il rischio di morire di cancro era significativamente più alto della media per le donne sole.

Agli stessi risultati era arrivato nel 1984 Kiecolt-Glaser studiando il numero di cellule immunitarie natural killer e di anticorpi di un gruppo di trenta soggetti anziani ricoverati in una casa di riposo. Le difese immunitarie della maggioranza dei soggetti aumentavano dopo che essi avevano ricevuto per un mese intero almeno tre visite alla settimana. Anche il punto di vista medico-biologico ritiene estremamente importante valutare la predisposizione, o diatesi mentale di un soggetto, per cercare di intervenire sui suoi meccanismi di equilibrio psicologico che possono influenzarne la fisicità. Non è questa la sede adatta per approfondire tematiche di ordine psicologico, filosofico e religioso sulla genesi delle emozioni e dei pensieri e su come essi possano condizionare i nostri comportamenti. Come medici, ci limitiamo a considerare l’essere umano come una macchina complessa (forse divina?), che segue una logica in parte predeterminata ed in parte assolutamente personale. Siamo strutture logiche e complicate, ma anche entità ampiamente condizionabili. Il buon medico, secondo noi, ha il preciso compito di relazionarsi con la psiche di ciascuno dei suoi pazienti; utilizzando un approccio di tipo psiconeuroendocrino-immunologico saremo sicuramente in grado di tradurre i comportamenti psicologici in predisposizioni a reazioni patologiche corporee ed organiche, riportando il piano del discorso da un livello solo mentale ad un livello anche somatico.

PNEI

0 commenti

Lascia un Commento

Want to join the discussion?
Feel free to contribute!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *